Home Salute Vaiolo, storia di un genocidio, di Olga Merino

Vaiolo, storia di un genocidio, di Olga Merino

75
0

Questa informazione è stata pubblicata il giorno

19/05/2022.

Il contenuto si riferisce a quella data.

Il domenicano Bartolomé de las Casas, colonizzatore prima di essere frate, raccontò nel “Breve rapporto sulla distruzione delle Indie” le “grandi e abominevoli tirannie” che i conquistatori inflissero agli indiani — addestrarono perfino i levrieri a farli a pezzi —, ma il le schiere di Sua Maestà Cattolica contavano, anche senza saperlo, con un’arma molto più letale degli archibugi e delle alabarde; questo è, malattie contagiose. Il vaiolo e il morbillo, soprattutto, hanno causato un altissimo tasso di mortalità tra le popolazioni amerinde. Un crudele spazzino.

Poiché il mondo è mondo, le piaghe hanno imposto profondi cambiamenti nel corso della storia. Per prosperare, un virus ha solo bisogno di movimento e di un gruppo di persone rannicchiate insieme, e così il vaiolo, endemico di alcune culture orientali per millenni, ha raggiunto l’Europa nell’XI secolo, con le Crociate, e Giunse per la prima volta sull’isola di Hispaniola nel 1518 a bordo delle navi di Colombo, inoculato in marinai che avevano già sviluppato l’immunità.

Una volta alle Antille, il vaiolo (febbre, vomito, possibile cecità e un’eruzione cutanea i cui lividi pungono come peperoncini) hanno impiegato appena due anni per fare il salto sulla terraferma, dove I 600 uomini comandati da Hernán Cortés trovarono un alleato su cui non contavano nella loro sanguinosa avanzata verso Tenochtitlán, la capitale dell’impero azteco, la cui popolazione è diminuita del 40% in un solo anno. Da lì, come una scia di benzina in fiamme, l’epidemia percorse la spina dorsale del continente fino a raggiungere i domini Inca nel 1526, secondo lo storico canadese William H. McNeill nel saggio “Pests and peoples”.

Vedi anche:  Preoccupazione per possibili casi di dengue autoctona a Barcellona

un mondo devastato

Al di là delle carestie dovute a un raccolto fallito, gli amerindi non conoscevano infezioni a catena come quelle che avevano colpito il Vecchio Mondo, forse perché avevano pochi animali domestici (con i loro parassiti) e lama e alpaca andini vivevano in branchi troppo piccoli e dispersi perché l’infezione prosperasse in natura. Il libro ‘Chilam Balam de Chumayel’, memoria orale dei Maya trascritta in alfabeto latino da indiani letterati, descrive un mondo illeso prima dell’arrivo degli ‘dzules’, gli uomini bianchi: “Sani vivevano. Non c’era allora nessuna malattia; non c’era dolore alle ossa; non c’era febbre per loro, non c’era vaiolo, non c’era bruciore di stomaco, non c’era dolore alla pancia, non c’era tisi. Il suo corpo era dritto eretto, allora. I dati offerti dai demografi sono scioccanti: Se nel vicereame della Nuova Spagna si contavano nel 1519 circa 25 milioni di indigeni, l’irruzione della croce, della spada, del vaiolo e del morbillo fece sì che gli indigeni nel 1605 contassero appena un milione.

Vedi anche:  Froome e i vermi criminali

Vita, inarrestabile nel suo corso, è un continuo scambio di flussi, idee e insufficienza. Gli spagnoli portarono cavalli, maiali, grano e riso nel Nuovo Mondo e riportarono pomodori, patate, mais e il tabacco che crea dipendenza, oltre a un altro ‘dono’ nascosto nei genitali: la sifilide. Anche quando c’è stata qualche controversia scientifica sulla sua origine, gli studi più recenti tendono ad abbracciare l’ipotesi che, in effetti, sia stato l’equipaggio di Colombo a trasportare sull’oblò questa malattia venerea, che sfigurava i corpi e poteva sconvolgere la mente alla demenza. Fortuna della scoperta della penicillina; In passato veniva curato con strofinacci, intonaci o vapori di mercurio tossici.

Articolo precedente“Siemens Energy pagherà 19 euro per azione per escludere Siemens Gamesa”
Articolo successivoLa SEC si nasconde dietro la sorveglianza delle “criptovalute” per giustificare il suo budget