La notizia della morte di Jules Bianchi ha scosso tutti. Sia coloro che contro quella gru hanno visto impattare le proprie speranze, sia coloro che hanno tenuto acceso fino all’ultimo la luce della stanza ospedaliera dove “riposava”.

Quella luce spenta durante la nottata da un comunicato ufficiale diffuso dalla famiglia: “Jules è morto”, la sua Marussia ha tagliato il traguardo della gara più importante, seppur la più triste. Champagne e pubblico in visibilio lasciano spazio alle lacrime e al silenzio di due famiglie, quella naturale e quella acquisita, il motorsport, che di colpo sono ripiombate nel vuoto dei giorni successivi al crash di Suzuka.

Per andare via Jules ha scelto una notte di mezz’estate di un anno di transizione, l’ennesimo, per una F.1 che stenta a ritrovare se stessa. Un uomo prima di tutto, poi un appassionato di ciò che faceva e solo infine un pilota.

Del francese restano l’impresa di Montecarlo con la Marussia e un’immagine (ironia della sorte proprio di quel nerissimo 5 ottobre) che lo ritrae mentre pulisce la visiera del proprio casco. Un fotogramma che nel secolo del DRS e delle Power Unit appare inusuale, quasi stridente rispetto ad un mondo placcato d’oro. Eppure c’è ed è ben marchiata nelle menti degli appassionati. Più della sua Marussia e dei milioni di cavi e dispositivi elettronici che lo hanno custodito in quell’abitacolo fin quando il Destino non ha compiuto il sorpasso decisivo. A quello non si replica.

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“Il mio nome è Ayrton”, cantava Lucio Dalla negli anni ’90. “Il mio nome è Jules”, cantiamo tutti noi oggi. “e faccio il pilota e corro veloce per la mia strada”.


Stop&Go Communcation

La notizia della morte di Jules Bianchi ha scosso tutti. Sia coloro che contro quella gru hanno visto impattare le proprie speranze, sia coloro che hanno tenuto acceso fino all’ultimo la luce della stanza ospedaliera dove “riposava”

http://www.stopandgo.tv/wp-content/uploads/2015/07/Bianchi_Tonelli_Angerville.jpg Il mio nome è Jules… e faccio il pilota

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