La crisi finanziara scoppiata negli Stati Uniti lo scorso anno e dilagata nel resto del mondo ha fatto una vittima illustre. Come molti sanno, i diversi milioni di dollari persi ogni giorno dal gruppo General Motors hanno portato a miliaia di persone a restare senza lavoro e determinerà la fine del marchio Pontiac sin dal prossimo anno. Per quanto nullo in confronto alla drammatica situazione dei disoccopati, la morte della Pontiac causa dolore tra gli appassionati dei motori.

Nata nel 1926 come gamma della Oakland Motor Car, acquistata nel 1909 dalla GM, la Pontiac deve il suo nome alla Pontiac Spring & Wagon Works, officina meccanica che diede origine ad una fusione con la Oakland Motor Company nel 1908 presso la città di Pontiac (Michigan). Il nome Pontiac in sè deriva da quello di un capo-tribù americano (anche noto come Obwandiyag), nato nel 1720 e morto nel 1969, che si oppose ai coloni inglesi fallendo nel suo tentativo e morendo ucciso da un altro capo-tribù per vendetta.

Della Pontiac ricordiamo modelli davvero belli e grintosi come la Bonneville,  la GTO, la Grand Am, la Trans Am e la Grand Prix. Ma ci ricordiamo di questo glorioso marchio americano anche per le grandi cavalcate nella NASCAR. Il debutto avvenne nel 1950 con Will Albright al volante cogliendo il 19esimo posto finale sul circuito misto stradale/spiaggia di Daytona. Proprio su questo tracciato arrivò la prima vittoria sette anni più tardi con Cotton Owens come pilota. Grazie alle vittorie di Joe Weatherly, arrivò il titolo dei costruttori nel 1961, bissato nella stagione successiva insieme al campionato piloti. La Pontiac è stata protagonista fino a pochi anni fa. La decisione di lasciare la NASCAR venne presa nel 2003, quando il marchio aveva portato al titolo due degli ultimi tre campioni di allora. Si trattava dei due piloti del team Gibbs: Bobby Labonte (campione 2000) e Tony Stewart (campione 2002). Sempre nel 2003 arrivò l'ultima vittoria, con Ricky Craven nella spettacolare gara di Darlington di Marzo, finita dopo un duello incredibile con Kurt Busch (nella foto l'arrivo con un distacco di due millesimi, il più piccolo della storia). Una gara che tutti ricorderanno per sempre, l'ultima perla di un marchio sparito per questioni di bilanci macroeconomici e non per ragioni legate al prodotto, da sempre sinonimo di velocità.

Aldo Canzian


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