Guardando la gara di sabato sera, gli appassionati della NASCAR non si sono divertiti tantissimo. In una delle piste preferite dal grande pubblico, ci sono stati tanti incidenti che hanno causato troppe neutralizzazioni penalizzando lo spettacolo in pista. Ci si aspettava grandi duelli ruota a ruota con tanto di sportellate ma alla fine  gli spettatori non sono rimasti soddisfatti. Come spiegato nel resoconto della gara vinta da Mark Martin, il vero vincitore dell'evento è stato il circuito stesso. Darlington si è dimostrata una pista dannatamente difficile per piloti e tecnici che hanno dovuto fare più attenzione a non far danni alle proprio vetture che non a lottare contro i propri rivali.

Questa considerazione ci porta a riflettere riguardo le 22 piste su cui la NASCAR disputa la Sprint Car. Darlington è unica con il suo asfalto abrasivo e le sue terribili variazioni di temperatura. Si passa da oltre 30 gradi a 20 nel giro di un'ora e la corsa va oltre le quattro ore mettendo a dura prova meccanica e piloti. Pensiamo alle seicento miglia di Charlotte, una quasi mille chilometri lunga oltre quattro ore, con le sue temibili velocità. Ci sono le piccole arene di Richmond, Bristol e Martinsville, sempre differenti tra di loro e i tracciati particolari di Dover, Phoenix e New Hampshire. Ci sono i due stradali di Sonoma e Watkins Glen e quei due ovali "quasi stradali" di Pocono e Indianapolis. Particolari sono Talladega e Daytona con le loro altissime velocità e le strane tattiche che richiedono.

Dalla diversità passiamo all'omogeneità. Gli ovali di Joliet, Las Vegas e Kansas City sono assolutamente uguali. La configurazione attuale di Atlanta e il circuito di Forth Worth sono copie addolcite di Charlotte. Non molto diversi sono Michigan e Fontana con le loro gare lineari e spesso monotone.

Le considerazioni riguardo la diversità delle piste, ci porta a pensare che un campionato è più combattuto e divertente quando i tracciati sono diversi. A volte viene avvantaggiato un team, a volte un altro. Quando le piste si assomigliano, si assite a gare "dejavu" in cui ci sembra di vedere una corsa già vista in passato nella quale i protagonisti sono gli stessi. Quindi, se Michigan esisteva già da tanti anni, che senso aveva fare una fotocopia appena più larga con la pista di Fontana? Una volta introdotta la nuova pista di Las Vegas, che senso aveva farne altre due uguali con Joliet e Kansas City (tre se contiamo Nashville che per fortuna non fa parte del calendario)? Se Atlanta era un circuito così particolare con le sue curve ad inclinazione progressiva, che senso aveva renderla simile a Charlotte e addirittura con meno difficoltà? E fare una seconda copia con Forth Worth? Perchè togliere le curve piatte e guidate di Homestead per inseririre quelle alte e facili di adesso? E soprattutto perchè toglierci dal brivido delle piste di Rockingham e North Wilkesboro?

Tra le varie ragioni che hanno portato la Formula 1 a diventare una categoria noiosa (anche se il campionato 2009 sta diventando stranamente divertente) c'è il fatto che le piste sono diventate piano piano sempre uguali. Una volta si correva sui lunghi di Buenos Aires e Interlagos e sui lentissimi circuiti di Monaco e Jarama. Si andava sui rettilinei infiniti di Monza e Hockenheim e sui curvoni veloci del lungo di Paul Ricard, Dijon Prenois e Silverstone. A forza di chicane, ristrutturazioni e nuovi circuiti con curve da prima, Mika Salo ammise nel 2002 che "basta fare un assetto per una pista che va poi bene per tutte le altre". In poche parole, un team che va bene in un circuito, va bene in tutti gli altri. Le caratteristiche delle macchine non si mettono in evidenzia in circuiti diversi.

La NASCAR per fortuna disputa diverse gare su circuiti molto differenti tra di loro mentre altre corse si disputano su autodromi pressochè identici. Piste diverse creano maggiore impredibilità e questo è un valore da mantenere. Ragioni commerciali hanno portato piste sempre più semplici e prevedibili ma la diversità (per adesso) rimane.

Aldo Canzian


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