In questi giorni tutti i media hanno riportato l’intenzione, da parte della IndyCar, di espandere il suo calendario, che al momento va da fine marzo a metà ottobre.

Per bocca del recente acquisto Derrick Walker, nuovo direttore delle operazioni con esperienza 40ennale nelle corse (dalla F1 alla CART, poi ChampCar, sino alla A1GP) “Ora come ora abbiamo un sacco di tempo morto nel quale si può solo effettuare dei test, mentre Ie nostre squadre invece hanno bisogno di entrate e solo una dimensione internazionale può fornire quelle entrate aggiuntive che potrebbero aiutare a rafforzare la loro posizione finanziaria.”

Questa dimensione internazionale dovrebbe concretizzarsi a partire dal Laboor Day (quindi primi di settembre) 2014, periodo nel quale probabilmente terminerà il prossimo campionato, fino a marzo 2015. “Penso che nel corso degli anni abbiamo provato di essere una serie molto portatile (testuali parole – ndr) e la nostra formula piace a molta gente in giro per il mondo” ha ribadito Walker.

Il disastro organizzativo di Quingdao, Cina dello 2012, con gara prima schedulata e poi annullata a seguito del cambiamento nel governo locale – col pagamento delle relative penali – che ha portato all’allontanamento del CEO Randy Bernard, è però un ricordo ancora vivo nella mente dei massimi esponenti della massima serie di monoposto americana.

A parte la gara di Sao Paulo, appuntamento fisso in calendario dal 2010, e alle tre corse a Motegi dal 2009 al 2011, dalla riunificazione con la ChampCar, che invece aveva proposto appuntamenti a Zolder, Assen, Brands Hatch, Rockingham, al Lausitzring e addirittura in Australia e Giappone, l’IndyCar non ha espresso reali intenzioni di allargare i propri confini. Il presunto abboccamento di quest’inverno che aveva coinvolto diversi circuiti italiani (Mugello, Monza, Imola) si è rivelato, alla luce dei fatti, privo di qualsiasi fondamento.

E nulle dovrebbero rimanere, sempre per voce dello stesso Walker, tutte le possibilità di rivedere le monoposto a stelle e strisce in generale sulle piste europee, fenomeno iniziato nel lontano 1957 proprio nella nostra Monza con la “Race of Two Worlds”, ripetuta l’anno successivo, poi ripreso nel 1978 dalle due corse dell’allora USAC a Silverstone e a Brands Hatch, nonostante le voci di una “IndyCar Global Challenge,” alla fine del 2014, immaginata da un non meglio noto gruppo europeo denominato “World Series Operations”.

“Non abbiamo distruggere il calendario esistente e non vogliamo vedere il nostro campione incoronato all’una del mattino in qualche posto distante” ha infatti affermato lapidariamente Walker “però, se ci fossero corse a gennaio o febbraio che anticipassero la serie domestica, allora avrebbe senso includerle nel campionato” ha continuato il presidente dell’IndyCar.

Eventi validi per il campionato a inizio 2015 può significare solamente climi caldi e infatti Walker afferma ”Dobbiamo pensare in modo strategico e andare in piazze dove la F1 non vuole o non può andare”. Lasciano il tempo che trovano quindi le speculazioni su di una possible “Winter Series” organizzata sulla falsariga della defunta Asian GP2, per impiegare squadre e mezzi altrimenti inattivi, nella stagione morta, utilizzando piloti e risorse locali.

Inutile quindi fare per ora speculazioni sulle possibili location, anche perchè, nel caso, stiamo parlando del calendario 2015 e non del prossimo, che verrà reso noto presumibilmente alla gara finale di Fontana, anche se, sulla base delle affermazioni di Walker, in pole position non possono che esserci circuiti dell’emisfero australe. Tutto il resto, almeno per ora, sono speculazioni senza il minimo fondamento, anche perchè l’unico mercato al momento economicamente rilevante per l’IndyCar è ancora e solo il continente americano, e in questo continente bisogna anche fare i conti con la programmazione degli altri sport professionistici.

Piero Lonardo


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