La IndyCar ha divulgato oggi i risultati dell’indagine avviata per appurare le cause dell’incidente che, nella gara di Las Vegas dello scorso 16 ottobre, è costata la vita a Dan Wheldon. Il pilota inglese, all’11esimo giro, viaggiava in 24esima posizione quando è stato coinvolto nella mischia che ha messo fuori gioco altre 15 macchine tra le curve 1 e 2.

La conclusione che emerge è quella di un tipico incidente di gara, specialmente per le competizioni su ovale, dalle conseguenze estremamente sfortunate: “Ci sono diversi fattori non rari nelle competizioni che si sono combinati togliendo la vita a Dan”, ha spiegato in conferenza stampa Brian Barnhart, direttore operativo del campionato e membro della commissione di analisi.

È emerso che la traiettoria di Wheldon nella parte bassa dell’ovale sia stata ostruita dall’incidente multiplo davanti a lui. A determinare la sua morte è stato il violento urto contro un palo. “La scocca ha colpito un paletto lungo il lato destro della scocca, creando un significativo danno dalla pedaliera fino al cockpit e tagliando via il roll bar. L’intrusione del paletto nell’abitacolo ha generato lesioni mortali alla testa del pilota”, si legge nel report diffuso.

Questa la dinamica iniziale descritta: “A circa 2 secondi e mezzo dal contatto con la ruota posteriore sinistra dell’auto numero 83 (quella di Charlie Kimball, ndr), si legge. “Wheldon ha ridotto la pressione sull’acceleratore fino al 55 per cento, frenando per portarsi da 358 a 264 chilometri orari. 1″ dopo, il gas è stato ridotto a meno del 10 per cento. Dopo il contatto, la macchina di Wheldon si è alzata in aria cominciando a capottarsi sul fianco destro. Il posteriore della monoposto ha toccato l’asfalto e il telaio ha compiuto una doppia rotazione ritrovandosi sopra il muretto di protezione, con l’abitacolo verso la barriera”.

“I pannelli antintrusione laterale, inseriti sulle vetture di IndyCar nel 2008, così come le cinture di sicurezza, hanno funzionato come previsto, secondo la revisione delle prove fisiche”.

“La reazione all’accaduto da parte del team di sicurezza della IndyCar è stata rapida e decisiva, e non ci sono prove sul fatto che problematiche meccaniche o strutturali abbiano contribuito all’incidente”.

Le condizioni della pista, comunque esclusa dal calendario 2012, non sembrano essere state determinati: “Le barriere di contenimento del Las Vegas Motor Speedway”, viene spiegato, “si sono comportate come da aspettative nell’evitare che una vettura possa uscire dal percoso”. Nessuna accusa nemmeno per il numero di concorrenti al via (34), considerato eccessivo dai detrattori: “Era accettabile in considerazione della lunghezza, della larghezza del tracciato e della capacità dei box. Esiti simili potevano verificarsi con qualsiasi schieramento in ogni circuito”.

I dati raccolti sono stati accompagnati dall’esame di filmati (e di tutti i camera-car), dall’acquisizione di telemetrie, tempi, fotografie e prove fisiche, oltre alle testimonianze del personale sul circuito, della direzione gara, dello staff medico dell’impianto e del Clark County Coroner, l’ospedale dove Wheldon era stato trasportato.


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