Nella serata di domenica 14 gennaio ci ha lasciato Dan Gurney, 86 anni, a causa di una polmonite. Tanti i successi nella carriera del pilota costruttore statunitense, partita nel 1955 e conclusasi nel 1970, su entrambe le sponde dell’oceano atlantico, in praticamente tutte le categorie.

Dopo le prime esperienze nelle sportscar americane, viene avvicinato dall’importatore Ferrari Luigi Chinetti, per il quale nel 1958 partecipa alla sua prima 24 Ore di Le Mans. Il debutto in Formula 1 l’anno successivo   con una Ferrari per poi passare a BRM, Porsche – con la quale vincerà il suo primo GP nel 1962 a Rouen – e Brabham. Nel frattempo sono ben cinque le vittorie nella Winston Cup in NASCAR, tutte ottenute nella adottiva California a Riverside.

Nel 1966 Gurney crea la Anglo American Racers per portare in pista la sua Eagle di F1, con la quale vincerà nel 1967 a Spa, primo pilota-costruttore nella storia. Sempre in quell’anno, anzi la settimana precedente, l’affermazione forse più celebre, la 24 Ore di Le Mans con la Ford GT40 Mk IV in coppia con un’altra leggenda del motorsport USA, A.J. Foyt.

 

Minor fortuna nel frattempo nell’altra grande classica, la Indy 500, dove, dopo aver convinto Colin Chapman a competere con la Lotus a motore posteriore a partire dal 1963, ha portato la Eagle a sfiorare il successo nel triennio 1968-1970, ottenendo due secondi ed un terzo posto nel suo ultimo outing quale pilota.

Tre invece i successi come costruttore nel “greatest spectacle in racing”, nel 1968 e nel 1975, grazie a Bobby Unser, e nel 1973 con Gordon Johncock.

Dopo aver abbandonato la serie CART nel 1986 (da non dimenticare i dissapori che hanno portato all’esclusione della rivoluzionaria Eagle 81, il Pepsi Challenger), Gurney e l’All American Racers si dedicano alle ruote coperte in IMSA prima con le Toyota Celica Turbo nella classe GTO, dove dominano nel biennio 1987/88.

All’inizio degli anni ’90 si presentano sempre insieme a Toyota ma con le nuove GTP Eagle MKIII e dominano le stagioni 1992 e 1993 dell’endurance statunitense, aggiudicandosi tra l’altro la 12 Ore di Sebring in entrambi gli anni con Juan Manuel Fangio II ed Andy Wallace e la Rolex 24 at Daytona nel 1993 con P.J. Jones, Rocky Moran e Mark Dismore.

La carriera di costruttore automobilistico di Dan Gurney termina nel 1999 con la Eagle 997 guidata tra gli altri anche dal nostro Andrea Montermini, macchina sfortunata che nonostante l’appoggio diretto Toyota non andrà mai oltre il nono posto con Alex Barron sull’ovale di Nazareth. Per Gurney da quel momento la passione predominante sono state le due ruote, con la sua moto Alligator.

La AAR rimane nelle mani del figlio Justin e parteciperà alla realizzazione della rivoluzionaria DeltaWing, mentre l’altro figlio Alex si dedica alla carriera di pilota aggiudicandosi il titolo Grand-Am nel 2007 e nel 2009 con il “Red Dragon” del GAINSCO/Rob Stallings.

Il retaggio dello spilungone californiano nel mondo dell’automobilismo rimane enorme, a partire dall’adozione del caso integrale fino a quel flap all’uscita dell’ala posteriore che porterà per sempre il suo nome.

Piero Lonardo


Stop&Go Communcation

Eroe a tutto tondo, dalla F1 a Indy a Le Mans, pilota e costruttore

http://www.stopandgo.tv/wp-content/uploads/2018/01/01-15-Gurney-Pitlane-1969.jpg Il motorsport piange Dan Gurney