Sabato 5 settembre 1970, sullo storico circuito di Monza vanno in scena le qualifiche del Gran Premio d’Italia. Alle ore 15,25 una Lotus 72 spinta da propulsore Cosworth si schianta contro il guard-rail nei pressi della curva Parabolica. Sulle tribune, ricolme di spettatori, all’improvviso cala il silenzio. La vettura, intanto, prosegue la sua folle corsa disegnando alcuni testacoda. Al volante c’è Jochen Rindt, in quel momento leader del Mondiale a quattro gare dalla chiusura dei giochi, con 20 punti di vantaggio sul diretto inseguitore ‘Black’ Jack Brabham e 26 sul ferrarista Jacky Ickx. I soccorsi non tardano ad arrivare sul luogo dell’incidente, ma per il 28enne naturalizzato austriaco, laureatosi ugualmente campione alla memoria, è tutto finito. La rincorsa verso l’agognato primo iride in F.1, il ruolo di marito e padre di una bambina non sembrano appartenergli più, almeno su questa Terra.
Rindt si accomiata così dalla vita, in un pomeriggio dal sapore ancora estivo, quasi certamente tradito da un problema all’impianto frenante della sua Lotus, che in quella trionfale stagione aveva portato al successo in ben cinque occasioni, segnatamente nei Gran Premi di Monaco, Olanda, Francia, Gran Bretagna e Germania, prima di subire una irrilevante battuta d’arresto in Austria il 16 agosto, come se l’idea di diventare campione del mondo fosse già stata metabolizzata dall’ex portacolori di Cooper e Brabham.
Originario di Magonza, nella Germania occidentale, dove si incontrano i fiumi Meno e Reno, Jochen muove i primi passi nelle corse nel 1961, quando partecipa a competizioni rally e Gran Turismo. L’esordio in monoposto è rinviato al 1963, in F.Junior, contro futuri mostri sacri dell’automobilismo mondiale del calibro di Jackie Stewart e Jo Siffert, fino all’approdo l’anno successivo in F.2, categoria che continuerà a frequentare sporadicamente ottenendo una impressionante serie di affermazioni. Nel 1964 i tempi sono maturi per il passaggio in F.1, al volante di una Brabham messagli a disposizione dalla scuderia di Rob Walker, con la quale si fa valere scattando dalla tredicesima posizione sullo schieramento a Zeltweg prima di doversi ritirare per la rottura della trasmissione.
Qualcosa cambia nel 1965, alla Cooper, complice il quarto posto artigliato in Germania sul terribile Nurburgring e la sesta piazza conquistata negli Stati Uniti sull’affascinante circuito di Watkins Glen. Nel frattempo, arriva il rigenerante trionfo alla 24 Ore di Le Mans nell’abitacolo di una Ferrari 250 LM in equipaggio con il coriaceo americano Masten Gregory, uno dei primi drivers occhialuti della storia. La stagione seguente le soddisfazioni non mancano, con tre podi in Belgio, Germania e Usa. Anonimo il 1967 e non poco problematico il 1968, vissuto da pilota ufficiale Brabham, che prelude però ad un 1969 foriero di risultati grazie all’approdo nelle file della competitiva Lotus.
Dopo un avvio di campionato a dir poco claudicante, Rindt è secondo nel Gran Premio d’Italia, a sandwich tra le Matra del vincitore Stewart e la vettura gemella di Jean-Pierre Beltoise, terzo in Canada e finalmente sul gradino più alto del podio a Watkins Glen, davanti al pericoloso duo Courage-Surtees. In quella festosa circostanza Denis Jenkinson, uno dei più apprezzati giornalisti inglesi dell’epoca, deve radersi la folta barba dal momento che aveva definito impossibile una vittoria di Jochen in F.1, perché a suo dire l’allampanato pilota dal naso pronunciato era sì velocissimo ma non abbastanza tattico per riuscire ad aggiudicarsi il successo in un Gran Premio.
Come non detto, l’inappuntabile Rindt, che pure nel 1969 aveva cozzato contro il destino in Spagna restando vittima di un grave incidente sul tracciato del Montjuic vincendo poi il confronto interno col team-mate Graham Hill, diventa il punto di riferimento della Lotus in piena era Chapman. E’ lui il pilota su cui scommettere alla vigilia del Mondiale 1970.
“Jochen si è fatto male”, sibila Stewart, fiero rivale in pista ma amico di famiglia nella vita di tutti i giorni, all’orecchio di Nina, moglie di Rindt, non appena la dinamica del crash a ridosso della Parabolica di Monza si rivela nella sua cruda realtà. Di quei momenti resta l’inquietante immagine di Bernie Ecclestone, sì, proprio lui, l’eterno Mister E, allora manager dello sfortunato pilota austriaco, impegnato a tornare ai box con in mano i resti del casco del suo assistito, spirato durante il trasporto in ambulanza. Il futuro ‘padrino’ del Circus, allora nemmeno quarantenne, lascia l’ambiente delle corse per un biennio, in attesa di ripresentarsi sulle scene nel 1972 rilevando la proprietà del team Brabham: non si sa se per fattori del tutto estranei alla vicenda o per doveroso omaggio a Jochen, ma anche oggi, a 40 anni di distanza dal 5 settembre 1970 e a meno di una settimana dalle prime prove libere dell’81° Gran Premio d’Italia in programma sul circuito brianzolo domenica prossima, è bello pensare che sia andata così.
Ermanno Frassoni