Singapore si dimostra una pista da “gioie e dolori” per la Ferrari. Dalla debacle al pit stop per Felipe Massa (allora prima guida di Maranello) nel 2008, passando per il successi del 2010 che rilanciò Fernando Alonso in classifica dopo la “doppietta” con Monza e di Sebastian Vettel al terzo successo nel 2015, per arrivare ad un altro dramma sportivo: quello odierno.

La pole position di Vettel, affiancato in prima fila da Max Verstappen (Red Bull), un Hamilton 5° costretto alla rimonta per non veder scappare il tedesco in campionato e la “ciliegina sulla torta” costituita dalla pioggia caduta a pochi minuti dal via sono tutti gli ingredienti per una gara pazza e spettacolare. E gli eventi non hanno tradito le aspettative.

Il momento topico a pochi istanti dallo spegnimento dei semafori rossi. Scattata dalla pole position, la Ferrari #5 vede insidiata la leadership da un arrembante Verstappen e da un coriaceo Kimi Raikkonen; a poche centinaia di metri dalla prima sterzata a sinistra i tre sono appaiati. Accade l’impensabile: l’olandese entra in contatto con Raikkonen il quale, speronato, trafigge la fiancata sinistra del tetra iridato di Heppenheim. I primi due sono immediatamente costretti al ritiro, mentre Vettel alzerà bandiera bianca quattro curve più tardi. Tra i tre litiganti, gode Hamilton leader incontrastato fino alla bandiera a scacchi che non solo aggiunge un’altra coppa al suo già nutrito palmarés, ma soprattutto porta a 28 le lunghezze di margine sulla prima guida di Maranello.

Di chi è la colpa? Secondo chi scrive, risulta estremamente difficile attribuire tutte le colpe del caso a uno dei tre piloti, per diversi motivi che seguiranno. In primis, pur essendo chiara la reiterata aggressività di Verstappen allo start (è il terzo out per un contatto al via), il driver della Red Bull non poteva “scomparire” dalla morsa delle due Ferrari, sottraendosi ad una posizione oltremodo scomoda. A sua discolpa, inoltre, è evidente come abbia tentato (forse in ritardo) di evitare Raikkonen, che gli era ormai quasi del tutto davanti, correggendo verso Vettel (che non ha toccato). Quest’ultimo, dal canto suo, in chiaro vantaggio di posizione, vira a poche decine di metri dallo start verso sinistra coprendosi dagli attacchi del talento della Red Bull, non rendendosi conto, forse, della presenza (difficilmente pronosticabile in effetti) di Raikkonen aldilà della monoposto #33. E qui è forse il caso di citare alcune “cause esterne” a discolpa del poleman, che dall’alto delle tribune, e dei divani di casa, potrebbero non esser state rilevate nell’immediato: la posizione di guida dei piloti, le protezioni per la testa e il raggio degli specchietti, che consentono di vedere perfettamente corpi immediatamente ai lati del corpo vettura, ma più questi diventano lontani più complesse si fanno le valutazioni. Se poi aggiungiamo i fattori della trance agonistica e dei riflessi, che potrebbero aver spinto Verstappen a convergere verso Raikkonen, risulta abbastanza chiaro come si sia trattato di un incidente di gara.

Contestualizzare l’accaduto nella corsa al titolo sposta la colpa verso Vettel. Quello che sto per dire non piacerà ai tifosi più sanguigni, ma per quanto mi riguarda è la chiave di volta del “Singapore Clash”. Non bisogna fare l’errore di leggere l’evento come se fosse una corsa a sé stante ma, al contrario, è necessario contestualizzarla in un campionato lungo 21 gare, dove ogni punto può risultare decisivo. E alla luce di ciò il verdetto di colpevolezza si sposta dalla parte di Vettel,  il quale avrebbe dovuto pensare di più alla posizione sua in classifica (quando i punti di distanza erano 3) e all’avversario Hamilton, 5° in griglia, che al fuoco di paglia della Red Bull, destinato a spegnersi con l’asciugarsi del tracciato. Una gara automobilistica, inoltre, non si decide mai in una curva e 61 passaggi sono molto lunghi, specie su una pista in cui la SF70-H si è dimostrata ampiamente la più performante del lotto e la 2a piazza di Ricciardo (su Red Bull, vettura gemella di Verstappen) mai in grado di attaccare Hamilton con una Mercedes in debito sul passo quanto sul giro secco, ne è la diretta dimostrazione.

Oggi, dunque, non ha vinto il più veloce, ma il più astuto. Astuzia che è venuta a mancare a Vettel proprio nel momento decisivo della stagione.

Andrea Giustini

 


Stop&Go Communcation

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