E’ morto da signor nessuno, invece era un signor pilota. L’unico che mi abbia messo in difficoltà a livello di cronometro…”. La miglior istantanea di Roland Ratzenberger ce la distilla Mauro Martini. A vent’anni dalla infernale mattanza imolese, affidarsi ai ricordi dell’ex compagno dell’austriaco significa offrire ai lettori di Stop&Go – soprattutto alla generazione dei ‘nativi digitali’, cresciuta dopo quel mostruoso week-end – un ritratto tanto vivo quanto sentito. Perché con lo sfortunato Roland, il 50enne ravennate condivise molte esperienze, instaurando uno stretto rapporto personale.

Mi fa piacere che vi ricordiate di Roland – attacca con trasporto Mauro –, merita davvero che gli sia dedicato spazio. Perché era una persona speciale, oltre che un ottimo pilota. E bada bene che non sono parole di circostanza, di quelle che si spendono immancabilmente per qualcuno che non c’è più. Roland non era solo amico personale, era legato a tutta la mia famiglia. Tanto che, per dire, quando accadde l’incidente io ero a correre in Giappone, ma a seguirlo ai box c’era mia moglie: l’unica persona che poi andò all’ospedale per lui…”.

Per molti, Ratzenberger è solo‘quello morto il giorno prima di Senna’. Una meteora per contratto e nel destino: la sua permanenza in F1 avrebbe dovuto esaurirsi dopo cinque gare, ma il suo tempo scadde il 30 aprile 1994, durante le qualifiche della terza tappa iridata. Poi, quello che accadde ventiquattr’ore più tardi fece crudelmente rimbalzare nell’anonimato la sua fine. Una meteora anche nella tragedia, appunto. Niente di più ingiusto.

A ridare la corretta dimensione al pilota di Salisburgo ci pensa ora Mauro: “Per me, Roland è stato una dei piloti più sottovalutati nella storia della F1. Certo, non ha avuto il tempo di mettersi in mostra e, come sappiamo, correva per una squadra con pochi soldi e anch’essa alle prime armi in F1. Ma vi assicuro che l’unico pilota con il quale ho avuto problemi nel confronto con il cronometro è stato proprio lui. E dire che ho avuto compagni di squadra che rispondono al nome di Zanardi, Irvine, Frentzen e Salo… Sì, Roland mi ha dato del gran filo da torcere. Ed era un pilota completo, maturo, uno che sapeva sempre cosa fare”.

D’accordo, Mauro, ma il curriculum sportivo di Ratzenberger (i titoli austriaco e centro-europeo di F. Ford 1985 ed il successo nel F. Ford Festival ’86 a Brand Hatch furono seguiti ‘solo’ da alcune vittorie in singole gare, nella F3000 inglese, nella F. Nippon e nel campionato Prototipi giapponese) non è di quelli indimenticabili…

Piano – ribadisce Martini –, non giudicare dai soli numeri. Roland è un pilota che non ha mai avuto alcuna spinta esterna. La famiglia non l’ha mai appoggiato né finanziato (Mauro non lo dice, ma i rapporti tra Roland ed il padre furono per un certo periodo piuttosto tesi; il giovane Ratzenberger nei primi anni di attività dovette svolgere diversi lavori, dall’istruttore di guida al meccanico, per raggranellare il budget necessario per correre– ndr); per di più, non ha nemmeno avuto un manager o un sponsor che l’abbiano davvero supportato. E questo ha segnato la sua carriera. La realtà, invece, è che Roland seppe guadagnarsi un volante ufficiale con BMW nel mondiale Turismo e con Toyota nel campionato Prototipi nipponico: e stai tranquillo che se non hai i numeri, un costruttore non ci pensa neanche a darti un posto ufficiale. Lui, del resto, dopo i primi anni in monoposto si era saputo costruire una solida dimensione anche nelle gare a ruote coperte. Questo gli diede una grande esperienza e lo fece maturare molto, tanto da diventare una sicurezza per tutti: quando lo mettevi in macchina, sapevi che si sarebbe sempre fatto valere. Andava forte, ma mai oltre i limiti. Era sempre molto sicuro di sé, non andava a cercarsi guai ed era difficile che sbagliasse. In una parola: tutto quello che ha ottenuto, l’ha conquistato con il suo lavoro ed il suo talento. Anche per questo chi lo conosceva l’ha sempre stimato moltissimo”.

Con Roland hai condiviso diverse stagioni, per lo più in Giappone. Anche se il risultato di maggior rilievo resta il quinto posto assoluto a Le Mans 1993 (Roland annovera anche il terzo posto alla 24 ore di Daytona 1992, pur se con altri compagni – ndr). C’è qualche flash di quegli anni che ricordi con particolare piacere?

In pista, oltre alla bella esperienza di Le Mans che hai appena menzionato, ricordo in particolare una gara di Formula Nippon a Suzuka. Lui partiva in pole, io secondo. Roland ci teneva molto a vincere, io a confermarmi secondo anche sotto la bandiera a scacchi, perché con quei punti avrei messo al sicuro il titolo; così, prima del via ci accordammo per una sorta di patto di non-belligeranza. Infatti lui partì davanti, io gli restai incollato per tutta la gara, senza mai attaccarlo. Alla fine, sul podio eravamo entrambi felicissimi… Poi, ci sono tanti momenti belli al di fuori dei circuiti: ci siamo divertiti un mondo, inventandoci qualche goliardata di quelle che fai durante il servizio militare, anche se avevamo ben altra età… In Giappone, del resto, non è che ci fosse molto altro con cui divertirsi”, chiosa ridendo Mauro. Che subito aggiunge: “Detto questo, Roland era un signore nella vita come in pista:in gara, comunque, era un tipo ostico con il quale confrontarsi, pur se sempre nei limiti della correttezza. Ragazzo educato, gentile e gioviale, sempre positivo con tutti, anche gli altri piloti. Non ho mai sentito una singola persona, nemmeno uno di noi piloti, parlarne male. E questo da vivo…”.

Poi arrivò il 1994 e le strade di Mauro e Roland si separarono.  Per sempre. “Io rimasi a correre in Giappone, lui trovò questa opportunità in F1. Credo che abbia accettato la Simtek, sebbene fosse una squadra tutt’altro che competitiva, solo per poter entrare finalmente in F1. Vedi, molti dei piloti che avevano corso con noi in Giappone, e che lui aveva anche battuto, erano approdati in F1. E anche lui voleva arrivarci. Trovò questo sponsor monegasco che lo fece approdare nel team inglese, ma io credo che abbia investito anche di tasca propria pur di rincorrere quel sogno….”.

Ci arrivò tardi, da coetaneo di Senna (“davvero era del’ 60? E dire che ero convinto che fosse del ’62, come mi ha sempre detto Roland…”, sospira Mauro): esordiente ad un’età in cui, di solito, un pilota è più vicino alla pensione. Con quale spirito affrontò l’esperienza in F1 e, infine, quelli che sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita?

Era felice di essersi conquistato finalmente quella chance. Si era qualificato ed era arrivato al traguardo ad Aida, il GP prima del San Marino. A Imola so che era tranquillissimo, sereno e concentrato. Sappiamo com’è finita: fu uno shock difficile da superare… Mi fa male ancora oggi pensare a quei giorni: il fatto che sia morto senza aver commesso alcun errore (l’ala anteriore si staccò subito dopo il Tamburello e fece perdere direzionalità alla Simtek ad oltre 300 all’ora – ndr), ma anche che all’ospedale ci fosse solo mia moglie e nessuno altro, nemmeno quelli del team…. Fu davvero molto dura. Perdemmo un ragazzo speciale. Speciale davvero, credetemi…”.

Ecco, uno così merita di essere ricordato: non come quello morto il giorno prima di Senna, ma per essere stato Roland Ratzenberger.

Paolo Bellodi

Twitter: @paolobellodi


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“E’ morto da signor nessuno, invece era un signor pilota. L’unico che mi abbia messo in difficoltà a livello di […]

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