“Houston, abbiamo un problema!”, anzi, è più corretto dire “Red Bull, abbiamo un problema”. Il tempestivo appiedamento di Daniil Kvyat a vantaggio di Max Verstappen ha infatti posto nell’occhio del ciclone il management della compagine inglese.

Uno Junior Team in grado di fornire i fenomeni del domani, che consenta di “risparmiare” i milioni altrimenti destinati all’ingaggio dei pezzi da 90 per spenderli nello sviluppo della monoposto. Con questo presupposto è nata la realtà Toro Rosso. Obiettivo raggiunto, verrebbe da dire, vedendo il cammino dei vari Sebastian Vettel e Daniel Ricciardo, che in breve tempo sono stati in grado di riscrivere la storia della F1 (vedi il tedesco) e di ritagliarsi un ruolo tra i protagonisti nel grande circo.

Ma non è tutto oro ciò che luccica, anzi. Il “caso Kvyat”, russo sul quale Helmut Marko in primis decise di scommettere a fine 2013 decidendo di promuoverlo in F1 all’età di 20 anni, ne è diventato rapidamente l’emblema. Dopo una discreta stagione col team faentino nel 2014, Daniil era stato promosso in fretta e furia alla Red Bull per sopperire alla partenza di Vettel. Una mossa giudicata da molti eccessivamente azzardata specie dopo le prime gare del 2015 nelle quali, complice anche una monoposto non nata sotto la migliore stella, l’ex campione GP3 era stato messo rapidamente sul banco degli imputati. L’allarme era poi rientrato quando le prestazioni del giovane si erano uniformate a quelle del team mate Ricciardo, battuto tra l’altro di tre lunghezze al termine del campionato.

In parallelo nasceva (per quelli che non lo conoscevano dai tempi del karting, periodo in cui già aveva dato prova delle sue doti) il “fenomeno Verstappen”, emblema di una gioventù per certi versi malata, la cui crescita viene troppo spesso accelerata dagli interessi economico-politici. Max, quasi a chilometri zero in monoposto vista la sola stagione d’esperienza nell’Europeo di F.3, si è così ritrovato seduto su una F.1 a nemmeno 18 anni. Ha fallito? Non lui.

A fallire è stato il sistema Red Bull, che si è ritrovata con troppi galli in un pollaio (nel 2015 ha infatti esordito anche Carlos Sainz) fatto di soli quattro posti e soprattutto galli estremamente giovani, la cui età, unita ad una situazione di mercato bloccata, rischia di segnare la carriera della prossima generazione del vivaio. Il primo scossone lo aveva dato il roboante esordio dell’ex iridato KZ, il quale aveva catalizzato su di sé tutta l’attenzione e le mire degli altri top teams per il futuro, costringendo l’entourage della lattina più veloce del mondo ad una contromossa. Ed ecco così che a pagare la politica sconsiderata del management è stato Kvyat il quale, all’indomani della domenica di fuoco a Sochi, si è visto “retrocedere” in Toro Rosso per far spazio al tanto piccolo quanto ingombrante Verstappen.

Inesorabile, dunque, l’effetto domino, che ora va a toccare non solo Sainz il quale, a meno di un’inattesa partenza di Ricciardo, vede bloccato il suo passaggio in “Serie A”, ma anche Pierre Gasly, che rischia di invecchiare in GP2 in attesa che si liberi uno dei “tori” per il 2017, possibilità alquanto remota visto quanto detto finora.

Se i vari Jean Eric Vergne, Sebastien Buemi e Jaime Alguersuari erano degli indizi, quella di Kvyat costituisce senz’altro una prova; il vaso di Pandora è stato ormai aperto e, come nel poema esiodeo, l’universo Red Bull è diventato di colpo un luogo inospitale.

Andrea Giustini 


Stop&Go Communcation

“Houston, abbiamo un problema!”, anzi, è più corretto dire “Red Bull, abbiamo un problema” […]

http://www.stopandgo.tv/wp-content/uploads/2016/05/13103484_1065774113469077_2637594293473672088_n.jpg Kvyat e il Vaso di Pandora made in Milton Keynes