“Non tutto il male viene per nuocere” si dice solitamente.

Il Gran Premio degli Stati Uniti potrebbe essere riassunto con questo proverbio: dopo i capricci di madre natura del venerdì e del sabato, che hanno mandato in tilt tutta la regione attorno a Austin e costretto la direzione gara a sospendere le FP3 e rinviare le qualifiche, domenica si è assistito a una gara incerta e combattuta. Uno spettacolo così in Formula 1 non lo si vedeva da molto tempo, anche grazie a una pista che stava andando ad asciugarsi in fretta.

Hamilton vince il suo terzo titolo mondiale e non è certamente una sorpresa dopo una stagione dominata, data una copia sbiadita di Nico Rosberg dello scorso anno, che non è mai stato all’altezza di primeggiare col compagno di squadra anche a qualche sfortuna di troppo. Vettel conferma ancora una volta di essere all’altezza dei suoi quattro titoli vinti con la Red Bull, ma solo quest’anno i Tifosi sembrano scoprirlo.

Non voglio tanto soffermarmi sull’analisi della gara e dei piloti, quanto poter parlare di una Formula 1 che si è riscoperta più umana nei momenti di difficoltà. Non è stato di certo colpa di chi ha deciso la data del Gran Premio visto che i fenomeni meteorologici non si possono controllare, tantomeno la direzione gara che ha agito nel miglior modo possibile come sospendere le prove libere di venerdì e le qualifiche del sabato.

Non ci trovavamo certamente davanti a un normale temporale. Per chi citava la gara del Nurburgring del 1968 – corsa sotto il diluvio e tra la nebbia – non si può certo prenderla in considerazione; erano altri tempi, i piloti cavalieri del rischio in un’epoca in cui la sicurezza era un tabù. Perfino il vincitore di quella gara di nome Jackie Stewart avrebbe deciso di non correre sotto la tempesta di Austin. E Suzuka dello scorso anno insegna, a prescindere dall’incidente fatale di Bianchi.

Mai la bizzarria degli uomini della massima formula si è vista così ampiamente come nel tempo morto passato ai box ad osservare le gocce di pioggia cadere dal cielo. Sia i meccanici che i piloti hanno dato sfogo alla fantasia per intrattenersi e intrattenere chi era in collegamento televisivo o chi, dalle tribune, guardava sconsolato il megaschermo del circuito. Dagli uomini della Force India che ballano la breakdance a quelli della Williams a bordo di una “barca” su ruote, da Kvyat e Ricciardo che danzano sotto la pioggia a Hamilton che saluta i pochi tifosi presenti. A dimostrazione che siamo tutti essere umani e che non bisogna nascondere queste piccole cose nei momenti “normali” del Circus, oscurate da chi vuole persone rigide, rispettose delle regole e che non si sfoghino fuori dalla pista.

Il gesto più bello è stato quello di invitare tutti i tifosi nel paddock per incontrare i propri idoli e vedere da vicino le vetture. Il viso felice dei bambini e degli appassionati per una cosa occasionale che in altre categorie – vedi WEC o ELMS, per dire due nomi – è di normalissima usanza. La Formula 1 deve avvicinarsi alla gente e quale modo migliore di questo? Forse da un week-end di pioggia che ha bloccato la giostra si possono trarre delle lezioni che possono migliorare il suo futuro.

Luca Basso


Stop&Go Communcation

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